A Capra Libera Tutti
La cura è il gesto che cambia le regole.
Qui il valore di una vita non si misura in termini di produttività, ma viene riconosciuto nella sua irripetibile esistenza. La cura diventa responsabilità, relazione, rispetto: la base di un mondo nuovo.
Prendersi cura di animali provenienti dall’industria zootecnica significa sovvertire una logica che li riduce a strumenti di profitto.
È questo il paradigma che vogliamo spezzare.
La cura è un atto politico: rende visibile ciò che altrimenti rimarrebbe in ombra. Proprio perché possiamo morire, abbiamo bisogno di cura per poter vivere davvero.
Il privilegio di invecchiare
Al di fuori dei santuari, gli animali non hanno la possibilità di invecchiare: vengono uccisi quando ancora sono giovani, ben prima che la vecchiaia possa arrivare.
Questo significa che la maggior parte di loro non sperimenta mai cosa significhi rallentare, portare i segni del tempo, avere bisogno di attenzioni speciali.
Qui le cose vanno in modo molto diverso. Ogni animale può attraversare tutte le fasi della vita. Vecchiaia, malattia, fragilità non sono una condanna, ma parte di un percorso che ci impegniamo a rendere dignitoso.
Prendersi cura di animali che invecchiano significa anche fare i conti con la morte. Ma non più la morte come evento programmato e imposto dall’industria: la morte come passaggio naturale, accompagnata dalla presenza, dalla relazione e dall’amore.
Questo è il privilegio di invecchiare: poter vivere fino in fondo, poter morire non come “rifiuto” da smaltire, ma come individuo che lascia un segno, una memoria, una storia condivisa.
Prendersi cura fino alla fine significa riconoscere l’emozionalità e la dignità di ogni individuo. Per chi vive davvero accanto agli altri animali, anche la morte è parte della relazione, esattamente come lo è per gli esseri umani.
Cambiamo le regole
Negli allevamenti, malattia e disabilità non sono contemplate: corpi fuori standard, considerati errori di produzione, destinati a essere eliminati.
Anche in questo caso, qui, accade l’opposto.
La medicina, plasmata sulle richieste e gli interessi dell’ industria, non prevede che un bovino, un cavallo o una capra possano invecchiare o convivere con una disabilità.
Nei santuari, invece, questi corpi esistono e resistono. Invecchiano, cambiano, chiedono attenzione.
E pongono domande scomode: come si cura chi è stato fatto nascere con caratteristiche considerate incompatibili con la vita?
Qui nasce una veterinaria nuova, che disobbedisce alla norma produttiva e restituisce centralità all’individuo.
Capra Libera Tutti diventa così un laboratorio vivente: un luogo dove studenti e studentesse, professionalità e persone in formazione possono immaginare e sperimentare una cura diversa, finalmente al servizio dell’individuo e non del profitto.
Curare non perché conviene, ma perché è giusto.
Crudeltà genetica e corpi progettati per soffrire
Gli animali che arrivano qui portano addosso disabilità, ferite e malattie: non eccezioni, ma conseguenze dirette di un sistema che li ha resi corpi sfruttabili e sacrificabili.
Queste fragilità non sono casuali. Gli animali allevati sono il frutto di una selezione genetica pensata per massimizzare il profitto sui loro corpi e sui prodotti dei loro corpi.
Corpi che crescono troppo in fretta, che si ammalano facilmente, che sviluppano condizioni e patologie incompatibili con la vita stessa. A questo si aggiungono le condizioni delle strutture in cui vivono — gabbie, recinti, ambienti innaturali — che li disabilitano ulteriormente.
Quando arrivano a Capra Libera Tutti non possiamo cancellare il loro passato, ma possiamo lavorare per migliorare il loro futuro.
In un luogo come questo, dove finalmente gli animali non devono servire a nulla, anche il concetto di disabilità si trasforma. Non è più misura della produttività mancata, ma parte di un’esistenza che trova senso dentro una rete di relazioni.
Un animale con disabilità, qui, non vale meno degli altri: perché il suo posto non è definito da ciò che può produrre, ma dal fatto stesso di vivere ed essere riconosciuto.
Ogni differenza diventa così un invito a ripensare le relazioni.
Riconoscere la fragilità negli animali significa riconoscere anche la nostra: la vulnerabilità come condizione condivisa, che ci rende interdipendenti.
Nessuna vita si basta da sé: siamo vivi perché siamo in relazione, e ogni legame ha un tempo che proprio la cura rende prezioso.
Come arrivano gli animali?
La maggior parte degli animali arrivano qui attraverso sequestri delle autorità competenti in allevamenti con irregolarità o casi di maltrattamento. In queste circostanze, la legge prevederebbe l’abbattimento e lo smaltimento dei corpi come rifiuti speciali.
Ma sempre più spesso, attraverso un dialogo continuo ed una relazione costruita nel tempo, le ASL scelgono un’altra strada: affidarli a noi.
Una responsabilità collettiva
A differenza degli allevamenti, che ricevono sovvenzioni pubbliche, i santuari come il nostro non ricevono finanziamenti statali. La cura quotidiana è possibile solo grazie al sostegno delle persone che scelgono di camminare al nostro fianco. Ogni terapia, ogni ricovero, ogni pasto, ogni intervento chirurgico nasce da un atto di solidarietà concreta.
La cura, per noi, non è solo gesto ma una prospettiva che cambia tutto: trasforma la morte programmata in possibilità di vita, la fragilità in relazione, lo scarto in futuro.