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Il vitello Sultan e il mito della carne felice (doveva finire al Conad)

Immagine di Massimo Manni

Massimo Manni

Freedom #97

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Sultan vitello Capra Libera Tutti

Lui è Sultan, ha 10 mesi.

È un chianino, la razza bovina più grande del mondo, ed è già alto come una mucca adulta.

È un cucciolo, ma la sua vita era arrivata al termine.

Sarebbe finito al banco frigo del Conad qui vicino.

Viene dalla stessa stalla di Niccolò, da una piccola allevatrice.

Una di quelle realtà che ci immaginiamo quando sentiamo parlare di “carne felice”: pochi animali, l’allevatrice che li conosce uno per uno, che ci si affeziona.

L’opposto dell’allevamento intensivo, verrebbe da pensare, ma la realtà è che non cambia nulla se non il numero di animali.

La vita di Sultan è stata questa: separato dalla madre appena nato.

Allattato da una mucca nutrice, una balia che allatta quattro o cinque vitelli insieme, ma che non può dare a nessuno di loro le cure che una madre darebbe.

Poi legato a una catena per mesi e messo in un box di quattro metri per quattro con altri sei o sette vitelli.

Fermo. Perché così doveva stare.

I consumatori vogliono la carne tenera, che si scioglie in bocca, marezzata – cioè con il grasso giusto che dia il giusto sapore.

E per ottenere quella carne, i vitelli non devono muoversi e non devono mettere muscoli, ma grasso.

Sì, anche nei piccoli allevamenti.

Quando sono andato a prendere Sultan era nella fase che si chiama “finissaggio“: l’ultima.

Legato a una catena e nutrito con un mangime speciale. Poi sarebbe stato macellato.

Ma Sultan è troppo buono e la sua allevatrice si era particolarmente affezionata a lui.

In diverse chiacchierate sono riuscito a toccare le corde giuste e ha deciso di darcelo. 

Siamo arrivati proprio in extremis.

C’è una cosa che mi dà profondamente fastidio: vedere allevatori che accarezzano gli animali, che li trattano come figli (dicono, e a me dispiace per i loro figli), che ti raccontano questo rapporto di apparente amore.

Poi però li rinchiudono comunque in quelle stalle e li mandano al mattatoio.

Scimmiottano quello che facciamo noi nei santuari, ma con un finale opposto. 

Anche il famoso allevamento del contadino vicino casa non fa eccezione. Che siano 2, 20 o 200, le mucche vengono lo stesso tenute legate.

Spesso con catene lunghe lo stretto indispensabile per farle sdraiare.

“Eh ma noi le mandiamo al pascolo”.

Sì, certo.

Se va bene 3 mesi all’anno, ma i loro ultimi mesi di vita vengono comunque tenute ferme perché devono ingrassare.

I loro figli vengono comunque portati subito via.

Se si tratta di mucche da latte, non li rivedranno mai più.


Se si tratta di mucche da carne, verranno imprigionati in piccoli box, liberati un paio di volte al giorno per la poppata e poi rinchiusi di nuovo.


Così per 6 mesi, poi svezzati e mandati al macello per ottenere carne di vitello.

Le mucche vengono spesso decornate con un acido durante i loro primi giorni di vita, per questioni di sicurezza…

Ora ne stanno persino selezionando senza corna, che sono la loro massima espressione di salute, di comunicazione, di lotta e tante altre cose.

Ormai sento parlare di carne felice e provo una repulsione profonda.

Non può esistere, è un ossimoro, un’invenzione del marketing che purtroppo sta funzionando.

Ci piace dedicare la giusta attenzione a ogni storia, quindi ci perdonerai se ti teniamo ancora un po’ sulle spine.

Il Santuario è anche un raccoglitore di storie, le nostre. La storia di agnellini salvati dal pranzo di Pasqua, la storia di amicizia tra esseri viventi, la storia di una casa piena di animali che si affacciano alla finestra.

Che sia una pecora, un coniglio o un maiale, sono gli animali il cuore pulsante del Santuario. Qui hanno il libero arbitrio, la facoltà di andare dove vogliono, persino di andare via e di non tornare mai più.

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