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L’insostenibile leggerezza della sostenibilità.

Immagine di Arianna Fraccon

Arianna Fraccon

Come una parola nata per ricordarci che esistono dei limiti è diventata il modo più vendibile per continuare a superarli.

Ci sono parole che ci fanno sentire dalla parte giusta ancora prima di capire cosa stiamo facendo davvero.

Sostenibile” è una di queste.

La usiamo per orientarci, per scegliere, per rassicurarci. 

La troviamo ovunque: nella moda, nel cibo, nei viaggi, nei packaging, nei prodotti per la casa, nelle campagne pubblicitarie, nelle promesse delle aziende. 

Tutto può diventare sostenibile, se raccontato nel modo giusto.

Ed è proprio di questo che voglio parlare oggi. 

Perché una parola nata per parlare di limiti oggi viene spesso usata per spostarli un po’ più avanti.

Non per fermarci, ma per continuare. Illudendoci di farlo con più “consapevolezza” – un’altra parola dal potere anestetico che comincia a spaventarmi parecchio – e con una narrazione più pulita.

Ma senza mettere davvero in discussione ciò che stiamo facendo.

E allora, per cominciare, vale la pena tornare all’origine della parola.

Il concetto moderno di sostenibilità viene spesso fatto risalire al termine tedesco Nachhaltigkeit, usato nel 1713 da Hans Carl von Carlowitz. 

Carlowitz non era un influencer green ante litteram, ma un amministratore minerario della Sassonia: si occupava di un sistema economico che dipendeva enormemente dal legno, necessario per le miniere e per la metallurgia.

Il problema era concreto, materiale, impossibile da risolvere con uno slogan: le foreste venivano consumate più velocemente di quanto potessero rigenerarsi. 

La sua intuizione era semplice e radicale insieme: non si può tagliare più legno di quanto la foresta sia in grado di far ricrescere.

La sostenibilità nasce quindi come una domanda sul limite.

Quanto possiamo prendere senza distruggere ciò da cui dipendiamo?
Quanto può durare una pratica, se consuma le condizioni stesse che la rendono possibile?

Molto più tardi, nel 1987, questa idea entra con forza nel dibattito internazionale attraverso il Rapporto Brundtland, conosciuto anche come Our Common Future

Il report prende il nome da Gro Harlem Brundtland, allora presidente della Commissione mondiale su ambiente e sviluppo delle Nazioni Unite, e definisce lo sviluppo sostenibile come uno sviluppo capace di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri. 

Dentro questa definizione ci sono due parole decisive: bisogni e limiti. I bisogni, soprattutto quelli essenziali. E i limiti imposti dalla tecnologia, dall’organizzazione sociale e dalla capacità dell’ambiente di sostenere l’impatto delle attività umane. 

Sembra quasi banale, ma non lo è.

Sostenibile non vuol dire automaticamente buono. Non vuol dire giusto. Non vuol dire pulito, innocente, desiderabile.

Vuol dire chiedersi se una pratica può continuare nel tempo senza compromettere ecosistemi, persone, territori, generazioni future.

Vuol dire riconoscere che non tutto ciò che desideriamo può essere trasformato in un bisogno.

E non tutto ciò che sappiamo fare può essere giustificato dal fatto che sappiamo farlo.

Anche l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite parla di sostenibilità tenendo insieme tre dimensioni: economica, sociale e ambientale. Non basta quindi che qualcosa produca valore economico. Non basta che venga venduto con un’etichetta verde. Non basta che venga raccontato come “naturale”, “circolare”, “responsabile”.

Se una pratica devasta territori, espone persone a sostanze tossiche, mantiene in piedi sistemi di sfruttamento o normalizza la riduzione di vite a risorse, quella parola inizia a cedere. 

Qui si apre una distinzione importante: quella tra sostenibilità debole e sostenibilità forte.

La sostenibilità debole immagina che molto possa essere compensato, sostituito, aggiustato.

Consumiamo da una parte, ripariamo dall’altra. Distruggiamo qualcosa, ma creiamo valore altrove. Cambiamo materiali, ottimizziamo processi, miglioriamo l’efficienza.

La sostenibilità forte, invece, parte da un’idea più scomoda: non tutto è sostituibile. Non tutto si compensa. Non tutti i limiti possono essere superati con una tecnologia migliore o con una narrazione più elegante.

Herman Daly, uno dei riferimenti dell’economia ecologica, ha spiegato questa differenza in modo molto chiaro: nella sostenibilità debole, capitale naturale e capitale prodotto dall’uomo vengono trattati come sostituibili; nella sostenibilità forte, invece, devono essere mantenuti integri separatamente, perché non sono equivalenti e non possono semplicemente prendere il posto l’uno dell’altro. 

E forse è proprio questo il punto.

Molta sostenibilità contemporanea è debole non solo in senso ambientale, ma anche politico.

Non mette in discussione il rapporto di dominio. Lo rende più efficiente. Non cambia la struttura. Cambia l’etichetta. Non interrompe il danno. Lo ridistribuisce, lo attenua, lo rende più vendibile.

La sostenibilità, da parola nata per interrogare i limiti, è diventata spesso una parola per continuare a produrre, consumare e desiderare senza sentirci davvero coinvolti e coinvolte nelle conseguenze.

È una parola importante. Proprio per questo dovremmo preoccuparci quando viene svuotata.

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un reel in cui si sosteneva che la pelle fosse, in fondo, una scelta sostenibile.

Il ragionamento era semplice: gli animali sono già stati uccisi per altri scopi, quindi utilizzare la pelle significherebbe evitare sprechi, dare valore a qualcosa che altrimenti diventerebbe rifiuto e non produrre altro.

È una narrazione che torna spesso. Ed è anche una narrazione comoda.

Perché funziona solo finché non la guardiamo da vicino.

La pelle non è un residuo innocente. Non è una cosa che “avanza” e che, per senso di responsabilità, decidiamo di non sprecare.

È una filiera economicamente rilevante, una materia profittevole, un co-prodotto che contribuisce a mantenere in piedi il sistema da cui proviene.

Collective Fashion Justice contesta proprio questa narrazione della pelle come semplice sottoprodotto naturale o sostenibile: il problema non è solo cosa succede dopo la morte dell’animale, ma l’intero sistema che rende quella morte disponibile, trasformabile, vendibile. 

Anche FOUR PAWS, nel suo fact sheet sull’industria della pelle, ricorda le dimensioni enormi di questa filiera: circa 695 milioni di pecore, 544 milioni di capre e 310 milioni di bovini vengono uccisi ogni anno per soddisfare la domanda di pelle nel settore tessile.

Non stiamo parlando di un residuo marginale. Stiamo parlando di un sistema globale. 

E non riguarda solo gli animali.

La trasformazione della pelle in cuoio richiede processi industriali complessi e spesso tossici. Collective Fashion Justice riporta che circa il 90% della pelle nel mondo viene conciata con sostanze come cromo, formaldeide e arsenico, associate a problemi respiratori, dermatologici e ad altre patologie nelle persone che lavorano nelle concerie. 

Per ogni contenuto che semplifica tutto questo in una frase rassicurante, ci sono territori che pagano il prezzo di quella semplificazione. Comunità esposte all’inquinamento, persone che lavorano a contatto con sostanze pericolose, acque reflue, ecosistemi compromessi, corpi umani e non umani attraversati dallo stesso sistema.

E allora sì, forse non stiamo producendo “altra plastica”.

Ma a che costo?
E soprattutto: chi lo paga?

Chiamare tutto questo “sostenibile” significa ridurre una filiera intera a una sola domanda: meglio usare uno scarto o produrne un altro?

Ma questa domanda è già troppo piccola.

Se per non produrre “altro scarto” dobbiamo continuare a dare valore economico alla pelle di un animale ucciso, alimentare filiere tossiche e spostare il danno su lavoratori, lavoratrici, territori e comunità, probabilmente non stiamo parlando di sostenibilità.

Stiamo mettendo una coperta elegante su una ferita immensa. 

Il caso della pelle mostra quanto questa parola possa essere abusata e piegata fino a coprire filiere violente, tossiche e profondamente impattanti.

Ma la stessa “logica”  ritorna quotidianamente in forme più intime, più rassicuranti, apparentemente innocue.

Le uova “etiche”. Le galline “felici”. Il piccolo consumo domestico e occasionale che sembra non fare male a nessuno.

C’è l’idea altamente dissonante che, se un animale vive “libero” o viene “trattato bene”, allora prendere qualcosa dal suo corpo possa diventare accettabile. 

Ma è proprio qui che la questione si fa ancora più profonda. 

Ne avevamo parlato anche nell’edizione 97 di Freedom, l’hai letta?

In altri ambiti lo capiamo benissimo: una relazione non diventa giusta solo perché alterna sapientemente cura e dominio.

Non basta “trattare bene” qualcuno, se continuiamo a considerare legittimo prendergli qualcosa, “decidere per” , usare e abusare il suo corpo e la sua sfera emotiva e comportamentale dentro una relazione di potere.

Eppure, quando parliamo di animali, questa evidenza sembra farsi improvvisamente più fragile.

Finché una gallina viene pensata anche come un dispositivo che produce uova per noi, il suo corpo resta dentro una logica di disponibilità.

Finché il ruolo un animale “libero”, accudito o “ben tenuto” viene comunque interpretato attraverso ciò che può offrirci, la relazione cambia forma, ma non cambia davvero direzione.

Non basta migliorare le condizioni, se non mettiamo in discussione la relazione stessa.

Ed è qui che la sostenibilità mostra il suo limite più profondo: quando prova a rendere più gentile il linguaggio dello sfruttamento.

Perché il punto non è solo quanto impatta una pratica. Il punto è anche che cosa rende pensabile. Che cosa normalizza. Che cosa lascia intatto.

Se continuiamo a chiederci come rendere più sostenibile l’uso degli animali, forse non stiamo ancora facendo la domanda giusta.

La domanda non è: come possiamo prendere meglio?

La domanda è: perché continuiamo a pensare che sia legittimo prendere?

Ed è qui che la sostenibilità smette di essere solo una parola tecnica e mostra il suo lato politico: perché non parla solo di impatto, ma di potere. Di chi può prendere, da quali corpi, da quali territori, e di chi resta a pagarne il prezzo.

Ogni volta che qualcuno prende, qualcun altro viene preso.

Succede quando scegliamo quali vite considerare sacrificabili.

Succede quando chiamiamo “scarto” ciò che viene da un corpo.

Succede quando confondiamo una relazione di potere con una questione di consumo consapevole.

Forse non dobbiamo liberarci della parola sostenibilità: dobbiamo riprenderla sul serio.

Restituirle il suo peso. Il suo attrito. La sua capacità di fermarci davanti ai limiti, invece di trasformarli in un problema di branding.

E allora la domanda vera diventa: che cosa stiamo cercando di sostenere, esattamente, a tutti i costi?

Perché non tutto ha bisogno di un’etichetta migliore. Alcune cose hanno bisogno di una fine.

Una borsa in pelle non diventa sostenibile perché impariamo a chiamarla “recupero”.

Un uovo non diventa etico perché arriva da una gallina “felice”.

Persino l’ennesima trovata per convincerci  che il problema non sia continuare a trasformare corpi in cibo, ma trovare corpi nuovi da rendere commestibili. Come se il futuro dell’alimentazione passasse dal mangiare insetti, e non dal cambiare davvero rapporto con gli altri esseri viventi.

E forse è da qui che possiamo ripartire: non dall’ennesimo tentativo di rendere tutto sostenibile, ma dal coraggio di chiamare alcune cose, finalmente, con il loro nome.

Insostenibili.

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3 commenti su “L’insostenibile leggerezza della sostenibilità.”

  1. Io non mangio carne,pesce e derivati per una questione etica ormai da 20 anni.
    Credo che ognuno di noi dovrebbe essere consapevole dei danni arrecati dallo sfruttamento degli animali e agire di conseguenza.L’informazione e la divulgazione di cosa c’è alla fonte va promossa e distribuita.
    Il lucro che viene perpetrato dai mass media è terrificante.
    Usiamo la nostra intelligenza e scegliamo
    di stare dalla parte giusta.

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  2. ho letto con grande interesse e ringrazio molto chi ha scritto tutto questo. Però ho tante domande che non trovano una risposta in quello che ho letto. Una, forse la più importante di tutte è, cosa e come dobbiamo mangiare quindi come dobbiamo vivere? Sono molto d’accordo con quello che scrivi che è di un’importanza basilare. Adesso però lo scritto deve continuare riuscendo a coniugare modi di vivere realmente sostenibili.

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  3. Sono d’accordo con le parole scritte da Valentina…lo scritto fa riflettere e lascia aperto un grande interrogativo. Io sono vegetariana per cui mangio uova di galline “felici”, quindi se ho capito bene dovrei escluderle dalla mia dieta e rivolgermi al mondo vegetale.
    Sarebbe illuminante che l’articolo continuasse….
    Grazie! Maria Grazia

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