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Troppo libere per essere lasciate vivere: le mucche uccise dei Monti Lucretili

Immagine di Arianna Fraccon

Arianna Fraccon

Nei Monti Lucretili circa quaranta bovini tornati liberi sono stati uccisi all’interno di un piano di eradicazione perché considerati un problema.

Ma cosa rende davvero “pericoloso” un animale?

Una vicenda che racconta il fallimento della convivenza, i doppi standard con cui parliamo di ecologia e le possibilità che non abbiamo ancora avuto il coraggio di costruire.

Elsa, per ora, non è ancora salita sulla Montagna Libera Tutti.

Vive accanto a Niccolò, cresce, osserva, prende spazio. Ha ancora negli occhi qualcosa che non possiamo conoscere fino in fondo: la storia da cui viene, il branco che ha perso, la madre che non ha più potuto seguirla.

Elsa è arrivata a Capra Libera Tutti lo scorso anno. Era rimasta sola.

Sua madre era stata uccisa a fucilate da un cacciatore e lei, ancora piccola, era stata trovata vagante nel Parco dei Monti Lucretili, l’area protetta che si apre proprio davanti a noi, oltre il profilo della montagna.

Fu proprio l’Ente Parco ad affidarla a Capra Libera Tutti, perché potesse essere accolta, curata, protetta.

Oggi sappiamo che Elsa faceva parte di quel branco.

Lo stesso branco di mucche tornate selvatiche che, nelle scorse settimane, è stato cancellato da un piano di eradicazione. Circa quaranta individui sono stati uccisi. L’obiettivo minimo riportato dagli organi di stampa era di cinquanta. Degli altri dieci, al momento, non sappiamo nulla.

Elsa è forse l’unica superstite conosciuta di quella comunità.

Presto salirà anche lei sulla Montagna Libera Tutti, insieme alla mandria.

E allora questa storia assume un significato ancora più profondo: Elsa viene da una montagna dove gli animali tornati liberi sono stati considerati un problema da eliminare. E salirà su una montagna dove proviamo ogni giorno a costruire un’altra possibilità: non l’abbandono, non il controllo, non la cattura, ma una convivenza fatta di cura, responsabilità e libertà.

Abbiamo aspettato qualche giorno per parlare di ciò che è accaduto nei Monti Lucretili.

Perché noi quella montagna la vediamo ogni giorno. Ci affacciamo su quel territorio, ne conosciamo il profilo, le stagioni, i sentieri, le ferite. E sulla nostra montagna vivono circa lo stesso numero di bovini liberi che abitavano il Parco dei Monti Lucretili.

Da una parte sono stati considerati un problema da eliminare.

Dall’altra sono individui con cui costruiamo ogni giorno una forma possibile di convivenza.

La differenza non è che gli animali che abitano la Montagna Libera Tutti siano meno liberi. La differenza è che qui qualcuno si assume la responsabilità di fare da tramite tra loro e il mondo umano: tra loro e le istituzioni, tra loro e le strade, tra loro e i confini che abbiamo disegnato sui territori.

Questa è forse la domanda più scomoda che questa storia ci consegna: stiamo eliminando animali pericolosi, o animali che rendono visibile il nostro fallimento?

Da individui a problema gestionale

Quando un animale viene definito “rinselvatichito”, sembra che la sua esistenza sia già un errore di sistema. 

Non è più pienamente “domestico”, perché non è sotto controllo. Non è pienamente “selvatico”, perché porta ancora addosso la storia della domesticazione, dell’allevamento, della proprietà. Resta in una zona scomoda, difficile da amministrare, difficile da raccontare.

Le parole non sono mai neutre. Decidono il perimetro di ciò che riusciamo a vedere e comprendere. E quando un individuo diventa un “capo”, quando una comunità diventa una “popolazione problematica”, quando una vita diventa un “intervento di contenimento”, l’uccisione smette di apparire come un atto violento e diventa una procedura.

Non più mucche. Non più madri, figli, corpi, relazioni, paure, abitudini, memoria dei luoghi.

Ma una pratica amministrativa, un servizio, qualche riga dentro un’ordinanza.

Non vogliamo negare che possano esistere conflitti reali tra animali e territori abitati dagli esseri umani. Gli animali si muovono, attraversano strade, entrano nei campi, cercano cibo, modificano gli spazi che abitano. Ogni presenza viva trasforma il mondo. Anche la nostra.

Ma proprio per questo la domanda non può essere: come eliminiamo ciò che disturba?

La domanda dovrebbe essere: quali strumenti abbiamo costruito per convivere con un “problema” che abbiamo contribuito a generare?

Perché questi animali non sono comparsi dal nulla. Sono il risultato di storie umane: allevamento, abbandono, cattiva gestione, assenza di responsabilità, territori lasciati senza mediazione, istituzioni che intervengono spesso solo quando il conflitto è già esploso.

E allora il punto non è che questi animali non abbiano un impatto.

Il punto è che l’impatto diventa intollerabile solo quando non produce più valore per qualcuno.

Il doppio standard della sostenibilità

Una delle motivazioni più spesso utilizzate per giustificare interventi di contenimento o abbattimento come quello di cui parliamo oggi, riguarda l’impatto sugli ecosistemi.

È un tema serio. Proprio per questo non può essere usato a intermittenza.

Se diciamo che la presenza di bovini su un territorio può modificare la vegetazione, il suolo, gli equilibri di un’area naturale, dobbiamo riconoscere la necessità di portare questa domanda fino in fondo. Sempre. Anche quando quegli stessi animali, o animali della stessa specie, si trovano dentro una filiera produttiva.

Secondo i dati ISTAT del 7° Censimento generale dell’agricoltura, nel 2020 in Italia prati permanenti e pascoli rappresentavano il 25% della Superficie Agricola Utilizzata.

Questo significa che la presenza di animali al pascolo non è un’eccezione marginale del nostro paesaggio. È una parte enorme del modo in cui organizziamo il territorio agricolo.

E allora viene da chiedersi: perché l’impatto dei bovini diventa un problema ecologico solo quando quegli animali non sono più inseriti in un sistema produttivo?

Quando un bovino vive in un pascolo per produrre carne, latte, reddito, paesaggio agricolo o “tradizione”, il suo impatto viene normalizzato, amministrato, finanziato, raccontato come parte dell’economia e della cultura di un territorio.

E non solo: quando il movimento degli animali è guidato, governato, inscritto dentro una pratica produttiva, può perfino diventare patrimonio da proteggere. Basti pensare che nel 2019 la transumanza è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Ma proprio qui si apre la contraddizione.

Il movimento animale viene celebrato quando è tradizione amministrabile.

Viene represso quando è libertà.

Quando rientra in una narrazione culturale, economica, turistica o identitaria, diventa paesaggio, memoria, patrimonio. Quando invece non appartiene più a nessuno, quando non produce reddito, quando non conferma un ordine umano, quello stesso movimento diventa minaccia, disordine, impatto da contenere.

Il problema, quindi, non sembra essere il movimento.

Il problema sembra nascere quando quel movimento non è più funzionale a una proprietà, a un’economia, a una tradizione, a una cultura che l’essere umano possa governare.

Quando un bovino torna libero, quello stesso corpo diventa improvvisamente una minaccia per l’ecosistema.

Ma allora il problema è davvero la presenza degli animali?

O il fatto che quegli animali non appartengano più a nessuno?

Che non siano più leggibili come proprietà, capitale, produzione, risorsa?

Perché se parliamo di sostenibilità, dobbiamo parlarne sempre. Anche quando gli animali sono dentro la filiera. Anche quando i pascoli sono funzionali all’allevamento. Anche quando il loro impatto viene reso accettabile perché produce profitto.

Altrimenti non stiamo parlando di ecologia.

Stiamo parlando di controllo.

E questa contraddizione è ancora più evidente quando parliamo di animali che, in qualche modo, hanno disobbedito alla categoria in cui li avevamo rinchiusi.

Non sono più “da reddito”. Non sono più “da compagnia”. Non sono nemmeno “selvatici” secondo una definizione pura e rassicurante.

Sono animali che hanno attraversato il confine.

E ogni volta che un animale attraversa il confine tra proprietà e libertà, il sistema entra in crisi.

La strada attraversa il territorio, non il contrario

Un’altra motivazione ricorrente riguarda la sicurezza stradale.

Anche qui: non è un tema da liquidare. Gli incidenti avvengono. Possono mettere a rischio le persone e gli animali. 

Ma ancora una volta è nel territorio del linguaggio e della narrazione che si gioca la partita decisiva.

Dire che “gli animali causano incidenti” significa presentarli come intrusi che invadono uno spazio umano. Come se la strada fosse naturale e l’animale fosse l’anomalia.

Ma quasi sempre è il contrario.

Sono le strade ad attraversare territori abitati da altri viventi. Tagliano boschi, pascoli, corridoi ecologici, rotte di spostamento, margini di montagna. Interrompono continuità che esistevano prima dell’asfalto, prima dei guardrail, prima della nostra pretesa di muoverci ovunque senza incontrare nessuno.

Un animale che attraversa una strada non sta entrando nel nostro mondo: sta provando a continuare a vivere nel suo.

Se prendessimo davvero sul serio la sicurezza, non ci chiederemmo solo come rimuovere gli animali dal territorio. Ci chiederemmo come progettare territori in cui l’incontro tra strade e animali non diventi automaticamente un conflitto.

Le soluzioni esistono: mappatura dei punti critici, segnaletica efficace, riduzione della velocità nei tratti sensibili, corridoi ecologici, sottopassi, sovrappassi e recinzioni guida pensate non per intrappolare, ma per orientare gli animali verso attraversamenti sicuri.

Non sono ipotesi astratte. In diversi contesti internazionali, questi interventi sono stati studiati e applicati per ridurre le collisioni tra veicoli e grandi mammiferi. La letteratura scientifica mostra però un elemento decisivo: funzionano soprattutto quando sono progettati come sistemi, non come interventi isolati.

Una meta-analisi pubblicata nel 2016 su PLOS ONE, rivista scientifica internazionale peer-reviewed, ha rilevato che la combinazione tra recinzioni e strutture di attraversamento può ridurre in modo significativo il road-kill dei grandi mammiferi, mentre gli attraversamenti senza recinzioni non mostrano la stessa efficacia.

Il punto è riconoscere che esistono strumenti, studi, esperienze e politiche pubbliche che provano a ridurre il conflitto senza trasformare gli animali nel problema da eliminare.

Questo non significa che ogni territorio abbia la stessa soluzione.

Significa che l’abbattimento non può essere presentato come l’unica risposta possibile prima ancora di aver progettato alternative serie.

Se esistono strumenti capaci di proteggere insieme la vita degli animali e la sicurezza delle persone, la domanda diventa politica: perché continuiamo a intervenire quando il conflitto è già esploso, invece di costruire prima le condizioni per evitarlo?

La questione, quindi, non è scegliere tra la sicurezza delle persone e la vita degli animali.

La questione è decidere se vogliamo continuare a rispondere ai conflitti con l’abbattimento, oppure iniziare a progettare territori più intelligenti, più giusti, più capaci di riconoscere che non abitiamo questo pianeta in solitudine.

La montagna come responsabilità

A Capra Libera Tutti conosciamo bene questa tensione.

Ogni giorno viviamo accanto ad animali che vengono da allevamenti, abbandoni, maltrattamenti, sequestri, incidenti, fughe, liberazioni. Animali che, secondo il sistema da cui provengono, avrebbero dovuto produrre, obbedire, essere consumati, sparire.

Qui proviamo a costruire per loro, e insieme a loro, un’altra possibilità.

Non una libertà romantica, lasciata al caso. Non l’idea ingenua che basti aprire le gabbie e i cancelli perché tutto sia risolto.

La libertà, quando riguarda animali che portano addosso secoli di domesticazione e storie individuali di sfruttamento, ha bisogno di cura, conoscenza, tempo, osservazione, responsabilità. Ha bisogno di persone che imparino a fare un passo indietro senza sparire. Di istituzioni che non intervengano solo quando c’è da reprimere. Di comunità capaci di accettare che convivere con la diversità non significa reprimere.

La montagna che ci è stata affidata dal Comune per dieci anni è, per noi, proprio questo: non una proprietà, ma una responsabilità.

Uno spazio in cui gli animali possono tornare a muoversi, scegliere, formare relazioni, incontrare il territorio in modo più ampio, più complesso, più libero. Uno spazio in cui una mandria può abitare senza essere ricondotta a una funzione produttiva e senza essere abbandonata a sé stessa.

Ma c’è qualcosa di ancora più radicale.

Sulla Montagna Libera Tutti, gli animali non vengono incontrati come paesaggio produttivo, come presenza decorativa, come “bestiame al pascolo” dentro una storia già scritta dall’essere umano. 

Vengono incontrati come individui liberi. Da altri individui liberi.

Persone che camminano, esplorano, attraversano quei sentieri, abitano quel territorio per qualche ora, possono incontrare una mandria non come proprietà di qualcuno, non come risorsa economica, non come funzione agricola, ma come comunità vivente.

Questa, per noi, è una rivoluzione concreta.

Non perché cancelli ogni conflitto. Non perché renda tutto semplice.

Ma perché apre uno spazio rarissimo: un luogo in cui animali liberati e umanità possono incontrarsi senza che la relazione sia già decisa dal profitto, dal consumo, dalla produzione o dal controllo.

Uno spazio in cui impariamo ogni giorno che la convivenza non è una parola morbida.

È una pratica.

Significa controllare le recinzioni senza trasformarle in prigioni.

Significa osservare gli spostamenti della mandria.

Significa conoscere i caratteri, le fragilità, le alleanze.

Significa convivere con la presenza dei lupi senza trasformare ogni altro animale selvatico in un nemico.

Significa parlare con le istituzioni, rispondere alle preoccupazioni, prevenire i conflitti, prenderci cura del territorio insieme agli animali e alle persone che lo abitano.

È un lavoro faticoso, concreto, imperfetto e in pieno divenire.

Ed è proprio per questo che la storia dei Monti Lucretili ci riguarda così profondamente.

Perché su due montagne vicine, davanti allo stesso orizzonte, lo stesso numero di bovini può essere raccontato in due modi opposti.

Da una parte, un problema da eradicare. Dall’altra, una comunità da conoscere.

E allora forse la differenza non sta negli animali.

Sta nella presenza, o nell’assenza, di una responsabilità umana capace di fare da ponte.

Anche Isabel veniva da una montagna

Elsa non è l’unica a portarci davanti a questa domanda.

Anche la cavalla Isabel è arrivata a Capra Libera Tutti dopo essere sopravvissuta a un tentativo di cattura sulla montagna di fronte a noi. Faceva parte di un branco di cavalli che vivevano liberi su quel territorio.

Quando è arrivata, dopo essere stata curata, portava in grembo Orfeo.

Orfeo è nato qui, a Capra Libera Tutti. È nato libero.

Cambiano le specie, cambiano le storie, cambiano le circostanze. Ma il nodo resta lo stesso: che cosa facciamo degli animali quando smettono di stare al posto che abbiamo deciso per loro?

Quando non sono più utili?

Quando non sono più gestibili?

Quando non sono più proprietà chiaramente attribuibile, ma nemmeno “fauna selvatica” pienamente riconosciuta?

Quando esistono in mezzo, in quella zona grigia che il nostro sistema non sa nominare se non come problema?

Isabel, Orfeo, Elsa ci ricordano che dietro ogni categoria amministrativa ci sono vite concrete. Corpi che ricordano. Relazioni spezzate. Paure apprese. Fiducia da ricostruire. Futuri possibili.

Il punto per noi non è trasformare le loro storie in eccezioni commoventi.

Il punto è dimostrare che ogni volta che scegliamo una soluzione violenta, stiamo rinunciando a conoscere tutto questo.

Stiamo dicendo che è più semplice eliminare un problema che costruire una possibilità.

Veterinaria: da tecnica di controllo a pratica di cura

C’è poi un altro nodo, più difficile ma necessario da nominare: il ruolo delle competenze veterinarie nei processi di gestione degli animali considerati “problematici”.

La veterinaria può essere una pratica di cura.

Può essere ascolto del corpo, relazione, conoscenza profonda dell’individuo che si ha davanti. Può significare alleviare il dolore, accompagnare la guarigione, cercare soluzioni dove altri vedono solo costi, limiti, scarti.

Ma troppo spesso, soprattutto quando parliamo di animali considerati domestici, appartenenti al sistema zootecnico o rinselvatichiti come in questo caso, viene chiamata a rispondere a un’altra funzione: garantire contenimento, produttività, biosicurezza, eliminazione del rischio.

Non è solo un problema di scelta o coscienza individuale. 

È un problema di cultura professionale, di formazione, di mandato sociale.

Quando un animale è considerato un paziente, la domanda è: che cosa gli serve per vivere meglio?

Quando un animale è considerato un problema, la domanda diventa: come possiamo rimuoverlo nel modo più efficiente?

Tra queste due domande c’è un abisso.

E dentro quell’abisso si decide il destino di migliaia di animali.

Per questo crediamo che luoghi come Capra Libera Tutti debbano diventare spazi sempre più importanti anche per chi studia veterinaria. Perché qui gli animali non sono casi produttivi, scarti, emergenze o problemi da risolvere. Sono pazienti. Sono individui. Sono corpi con una storia, desideri, traumi, relazioni, possibilità.

Uno studente o una studentessa di veterinaria che entra in un santuario incontra qualcosa che spesso la formazione tradizionale lascia ai margini: animali da reddito che non devono più produrre reddito.

Animali con disabilità che non devono essere “aggiustati per tornare utili” ma devono essere messi nelle condizioni di vivere una vita piena e soddisfacente di per sé.

Animali anziani che non sono scarti e hanno ancora tutta la vita davanti.

Animali fragili che non valgono meno.

Animali liberi che non sono automaticamente una minaccia.

Cambiare il futuro significa anche formare professionisti capaci di immaginare una veterinaria che non sia al servizio del controllo, ma della cura.

Non basta dire “erano pericolose”

“Erano pericolose” è una frase che chiude il discorso. Sembra non lasciare spazio ad altro.

Se erano pericolose, allora bisognava intervenire. Se bisognava intervenire, allora l’abbattimento diventa una possibilità tra le altre. Se diventa una possibilità tra le altre, presto rischia di diventare la più semplice, la più rapida, la più economica, la più compatibile con un sistema che non ha tempo di ascoltare ciò che non sa governare.

Ma noi crediamo che proprio qui serva fermarsi.

Perché “pericolo” non è una parola innocente.

Può indicare un rischio reale. Ma può anche diventare una scorciatoia. Una categoria che autorizza la violenza prima ancora di aver esplorato le alternative.

Pericoloso, per chi?

In quali condizioni?

A causa di quali scelte precedenti?

Con quali prove?

Con quali tentativi di prevenzione?

Con quali soluzioni non cruente davvero valutate?

Con quale disponibilità a costruire mediazione, invece di arrivare quando resta solo il conflitto?

Non stiamo chiedendo di ignorare i problemi.

Stiamo chiedendo di smettere di considerare l’uccisione come una risposta normale ai problemi che l’umanità e l’antropizzazione stessa hanno contribuito a creare.

La libertà fa paura perché non produce profitto

C’è qualcosa, in questa storia, che va oltre i Monti Lucretili.

Queste mucche erano animali domestici tornati a una vita libera. Non erano selvatiche nel senso puro e rassicurante con cui spesso immaginiamo la natura. Ma non erano nemmeno più animali “da reddito”, contenuti dentro una stalla, un pascolo produttivo, una proprietà, una destinazione commerciale.

Erano una contraddizione vivente.

E le contraddizioni viventi fanno paura.

Perché mostrano che le categorie su cui costruiamo il nostro rapporto con gli altri animali non sono naturali. Sono politiche. Sono economiche. Sono culturali.

Chi è libero?

Chi può abitare un territorio?

Chi deve essere protetto?

Chi può essere ucciso?

Chi viene chiamato individuo e chi viene chiamato capo?

Chi viene curato e chi viene contenuto?

Chi viene considerato parte dell’ecosistema e chi una minaccia per l’ecosistema?

Queste domande non riguardano solo quaranta mucche. Riguardano il modo in cui organizziamo il mondo.

Perché un animale sfruttato è comprensibile per il sistema.

Un animale libero molto meno.

Un animale sfruttato ha un posto: produce, consuma risorse, genera reddito, entra nei bilanci, nelle filiere, nelle tradizioni, nelle statistiche.

Un animale libero interrompe questa logica.

Non produce. Non obbedisce. Non appartiene. Non restituisce profitto.

E proprio per questo diventa insopportabile.

Elsa salirà

Elsa, intanto, è qui.

Non come simbolo astratto, ma come individuo reale. Con il suo corpo, il suo carattere, i suoi tempi, le sue paure, la sua crescita accanto a Niccolò.

Presto salirà sulla nostra montagna.

Non sarà un finale consolatorio. Nessuna storia cancella ciò che è accaduto al suo branco. Nessuna vita sopravvissuta può riscattare quaranta vite uccise.

Ma Elsa ci obbliga a non archiviare questa vicenda come una notizia tra le altre.

Ci obbliga a ricordare che dietro ogni “piano di eradicazione” ci sono madri, figlie, legami, comunità. Ci obbliga a chiederci quante possibilità non abbiamo nemmeno provato a immaginare prima di scegliere la più definitiva.

E ci obbliga anche a prendere posizione.

Crediamo che la convivenza vada costruita prima dell’emergenza, non invocata dopo il fallimento.

Crediamo che le istituzioni, i territori, le comunità scientifiche, i veterinari, le associazioni e luoghi come Capra Libera Tutti debbano sedersi allo stesso tavolo per immaginare strumenti diversi dall’abbattimento.

E crediamo anche che esperienze come la nostra debbano essere riconosciute come interlocutrici reali.

Capra Libera Tutti non è soltanto un luogo in cui gli animali trovano accoglienza dentro un confine protetto. È un laboratorio vivo di convivenza, cura, mediazione e relazione tra specie. Ogni giorno osserviamo animali che il sistema aveva ridotto a funzione, scarto o problema, e proviamo a costruire con loro condizioni diverse di vita, libertà e responsabilità.

Questo lavoro non riguarda solo ciò che accade dentro i nostri confini.

Può parlare ai territori, alle istituzioni, alla formazione veterinaria, alle politiche pubbliche, al modo in cui una comunità umana impara a stare accanto agli altri animali senza trasformare ogni conflitto in controllo o abbattimento.

Capra Libera Tutti ed altre realtà simili ascoltano e possono essere ascoltate, coinvolte, prese sul serio.

Non come luoghi marginali a cui affidare gli animali quando tutto il resto ha fallito, ma come esperienze capaci di produrre conoscenza, pratiche e immaginari nuovi.

Crediamo che un animale tornato libero non sia automaticamente un problema.

Può essere una domanda; una responsabilità; una possibilità.

Queste mucche non sono state uccise perché erano troppo selvatiche.

Sono state uccise perché erano troppo libere per un sistema che sa riconoscere gli animali solo quando può usarli, contenerli o farli sparire.

E allora la domanda resta aperta, davanti alla montagna.

Stiamo eliminando animali pericolosi? O animali che rendono visibile il nostro fallimento?

Questa storia merita di essere conosciuta? Condividila!

3 commenti su “Troppo libere per essere lasciate vivere: le mucche uccise dei Monti Lucretili”

  1. carissima Arianna ho letto con attenzione il tuo blocco ho passato la mia infanzia in campagna a contatto con gli animali.Giornalmente arrivano notizie: i pavoni hanno invaso 1 paese,i topi 1 zona di Milano,i cinghiali 1 altro paese.Non sono giovane ma queste cose prima non accadeva.L’uomo ha tolto il territorio agli animali,che ora se ne riapprpriano.L’umanita’( per me,) sta andando verso lAutodistruzione.Continuate.

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  2. ciao, e’ una realtà che ci presenta come sempre l’uomo nella sua avidità di denaro e crudeltà senza più confini, anche verso persone debole e indifese si procede ad eliminarle, come e cosa fare per fermare la mano dell’uomo?? Voi siete un pezzo di paradiso, salvate tanti animali di qualsiasi specie che altrimenti sarebbero abbattuti;
    questo è bellissimo, GRAZIE per tutto quello che fate !!
    Graziella

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