Oggi è la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità: questo è il nome ufficiale scelto dall’ONU e dalle istituzioni che la promuovono.
Vale però la pena dirlo: nella comunità esistono modi diversi di rappresentarsi, e non sta a noi scegliere quale sia “quello giusto”. Alcune persone preferiscono un linguaggio person-first (“persona con disabilità”), altre un linguaggio identity-first (“persona disabile”).
Per quanto ci riguarda, la cosa importante è rispettare questa autodeterminazione.
Quello che possiamo fare da persone alleate, per non lasciare che questa giornata resti solo un titolo sul calendario, è prenderla sul serio e usarla per ciò che promette davvero: guardare dentro le nostre strutture, i nostri immaginari, i nostri spazi.
E anche per riconoscere i nostri privilegi: non per sentirci in colpa, ma per capire come possiamo usarli per mettere in discussione ciò che esclude e aprire spazi che includano davvero.
E in questa riflessione, qui a Capra Libera Tutti, non possiamo ignorare ciò che viviamo ogni giorno: gli animali ci parlano della disabilità con una chiarezza sorprendente.
Non perché “sono come noi” – zero retorica qui: anzi, se ci segui sai che siamo grandi fan della diversità! – ma perché vivono dentro lo stesso sistema che assegna valore ai corpi in base alla loro produttività, efficienza, conformità.
Oggi vogliamo fare un passo avanti: provare a intrecciare ciò che accade agli umani e ciò che accade agli animali non umani, per mostrare come le oppressioni e le discriminazioni che ne derivano – tutte! – non siano mai un destino naturale, ma una costruzione sociale, storica, economica e politica.
Disabilità o disabilitazione?
Quando parliamo di disabilità, tendiamo a immaginare una condizione individuale, qualcosa che “appartiene” a una persona o a un animale.
Ma la disabilità non è mai un fatto isolato: è sempre il risultato dell’incontro tra un corpo e un ambiente.
Per questo è più corretto parlare di disabilitazione: il processo attraverso cui una società, uno spazio, un’istituzione o una cultura rendono impraticabile o difficile la vita di un individuo con determinate caratteristiche.
Come scrive Sunaura Taylor – una delle voci più importanti del Disability Studies che si è occupata delle intersezioni tra condizione umana e altri animali – “non sono i nostri corpi a essere problematici, ma i sistemi che li circondano”.
I corpi, tutti i corpi, funzionano in modi diversi.
Ma chi decide quali modi sono “accettabili” e quali diventano motivo di esclusione?
Chi stabilisce quali corpi possono autodeterminarsi e quali no?
Questo riguarda tanto le persone quanto gli animali.
Pietismo? No, grazie. La disabilità è una questione politica
Il pietismo è ancora uno dei modi più diffusi con cui la società guarda alla disabilità.
E qui vale la pena essere chiari: non c’è nulla di sbagliato nella compassione, se la intendiamo con il suo significato più profondo.
La capacità di “soffrire con”, di sentire la fatica altrui, è un sentimento umano che può essere una grande spinta.
Il pietismo, però, è un’altra cosa.
Infantilizza, isola, neutralizza.
Trasforma la vulnerabilità in un oggetto di commiserazione invece che in un terreno di diritti e giustizia sociale per cui possiamo lottare collettivamente.
Lo ricorda bene sempre Sunaura Taylor: combattere l’abilismo non significa “essere gentili con le persone disabili”, ma fare una critica radicale ai sistemi che decidono quali corpi sono legittimi e quali no.
Parlare di disabilità significa parlare di diritti, di potere – chi lo ha e chi ne viene escluso – e di privilegio, per capire come usarlo per cambiare le cose.
Perché le oppressioni non cadono dal cielo: sono prodotte da strutture, economie, norme culturali.
Quando la disabilitazione attraversa tutte le specie
Per capire cos’è la disabilitazione – e quanto sia sistemica – basta guardare agli allevamenti.
Lì inizia prima ancora della nascita.
Gli interventi genetici e selettivi modellano i corpi in base a criteri produttivi o estetici:
- i polli broiler vengono selezionati per crescere così in fretta che le ossa non reggono il loro peso;
- le vacche da latte sono allevate per produrre quantità di latte incompatibili con la loro fisiologia;
- alcuni cani “di moda” vengono modificati fino a compromettere respiro, vista, mobilità.
E poi ci sono gli spazi: ambienti rigidi, angusti, privi di arricchimenti, luoghi che impediscono comportamenti fondamentali e generano malattie, incidenti, traumi.
Spazi che disabilitano.
Questa è la realtà produttiva: una fabbrica di corpi sfruttabili, modificati per “performare”, e allo stesso tempo impossibilitati a vivere.
La società dell’efficienza
Il legame tra abilismo umano e sfruttamento animale non è metaforico: è strutturale.
Entrambi nascono dalla stessa logica:
- un corpo vale se produce
- un corpo vale se è efficiente
- un corpo vale se è forte, saldo, competitivo
Chi non corrisponde a questo modello viene scartato – negli allevamenti, come in una società sempre più individualista e costruita attorno alla produttività.
Fragilità condivisa: cosa impariamo dagli animali liberati
Qui a Capra Libera Tutti conviviamo ogni giorno con animali che portano sul corpo i segni della disabilitazione vissuta prima di arrivare da noi: articolazioni compromesse, fratture mai curate, malformazioni genetiche, disfunzioni, traumi.
Eppure, quando trovano uno spazio accessibile e sicuro, la narrazione cambia completamente.
Non sono più “poverini”.
Non sono più “meno degli altri”.
Sono individui.
Persone animali che costruiscono ogni giorno la loro dimensione di libertà, intrecciando amicizie, routine, preferenze, affetti.
Spesso sono proprio le vite considerate “fragili” a insegnarci di più.
Perché la fragilità non è un limite: è uno spazio di possibilità.
È un invito ad abitare il mondo in modo diverso, più lento, più attento, più relazionale.
Una nota sulla normalità
Spesso confondiamo “normale” con “naturale”.
Ma la normalità non è altro che il comportamento del gruppo statisticamente più numeroso, non il più “giusto”.
Per molte persone neurodivergenti – e per molti animali che comunicano o si muovono in modi diversi dai nostri – la normalità diventa un criterio di esclusione.
Il problema nasce quando un solo modello di funzionamento viene preso come misura universale.
Non è la diversità che deve conformarsi: sono le condizioni di accesso, comunicazione e partecipazione che devono essere ripensate.
Lo spazio non è neutro: può includere, orientare, disabilitare
Uno dei temi centrali, sia nei Disability Studies che nel nostro lavoro quotidiano, è che lo spazio si costruisce insieme. E farlo è sempre un atto politico.
E quando parliamo di spazio non intendiamo solo lo spazio fisico:
- un marciapiede senza scivoli è un messaggio;
- un palazzo senza ascensore è un messaggio;
- un video senza sottotitoli è un messaggio;
- un testo con formattazione poco leggibile è un messaggio.
E il messaggio è sempre lo stesso: “questo spazio ti esclude”.
L’accessibilità non è un dettaglio tecnico: è una forma di cura, di giustizia, di convivenza.
È un modo per dire: “la tua presenza è importante, la tua vita è legittima, la tua esistenza è considerata.”
Anche per questo stiamo ripensando alcuni spazi di Capra Libera Tutti in una direzione ancora più inclusiva.
Perché la cura è politica e un luogo che accoglie deve continuare a reinventarsi.
Interdipendenza: la parola che può cambiare tutto
Se c’è un concetto che unisce davvero le lotte per la giustizia sociale e la liberazione animale, è questo: interdipendenza.
L’ho “scoperto” quest’anno leggendo libri sulla cura: dico “scoperto”, ma era sempre stato lì, davanti ai miei occhi.
Solo che non riuscivo ancora a dargli un nome.
Ne parlavo all’inizio, ma voglio tornarci perché è un concetto a cui ancorarsi in una società che ci spaccia il mito tossico del “volere è potere”.
Tutto molto bello, certo… ma allora perché ci sentiamo sempre indietro? Sempre in affanno?
La verità è che non viviamo solo grazie alla nostra forza individuale, ma grazie alle relazioni, alle infrastrutture, ai supporti, ai corpi che ci sono accanto.
La disabilità – umana e non umana – ci costringe a guardare questa verità negli occhi:
siamo tutte e tutti vulnerabili, relazionali, dipendenti.
E non è una condizione da correggere: è la nostra condizione fondamentale.
Ce lo raccontano ogni giorno anche le storie degli animali liberati: la libertà non è l’assenza di una condizione di dipendenza, ma la possibilità di costruirla insieme, in modi che ci fanno sentire al sicuro dentro la rete che abbiamo creato.
Perché ogni nodo porta qualcosa di diverso, e il valore non sta nella competizione ma nella somma: una sinergia che ribalta il paradigma della produttività.
Non “vince chi è più forte”: si emerge insieme, proprio grazie alle differenze.
È un po’ come quando guardi un balletto – un’orchestra, una manifestazione o qualsiasi gesto collettivo ben riuscito.
Ogni movimento, ogni strumento, isolato, non basterebbe.
Ma messi insieme creano qualcosa che nessun elemento potrebbe creare da solo.
È lì che nasce il senso: in quella forma di armonia che non chiede uniformità ma relazione.
Perché è importante parlarne insieme
Questo articolo è solo un punto di partenza.
Nasce da ciò che viviamo qui ogni giorno, e dal tentativo di intrecciare le storie degli animali liberati con le riflessioni che tante persone disabili e neurodivergenti portano avanti da anni.
Non ho la presunzione di parlare al posto di chi vive barriere, esclusioni e abilismo sulla propria pelle.
Ho un corpo tutto sommato conforme e anch’io sono dentro un percorso di decostruzione che non è finito.
Spero di aver usato il mio privilegio per aprire spazio, non per occuparlo.
Il consiglio più sincero che posso dare è questo: studiamo, ascoltiamo, amplifichiamo le voci delle persone disabili e neurodivergenti, che ogni giorno raccontano la loro esperienza e immaginano possibilità nuove.
E se c’è una cosa che questi 10 anni Capra Libera Tutti ci ha insegnato – e dimostrato! – è che nessuna trasformazione è individuale.
Gli animali liberati ce lo mostrano con una chiarezza che a volte noi perdiamo: si cambia solo nelle relazioni, solo nelle reti, solo insieme.
Sono loro che ci hanno insegnato a rallentare, a vedere, a non occupare sempre la scena — ma a lasciare spazio alle voci che contano davvero, senza sostituirci a nessuna, semmai amplificandole.
Perché la libertà, come la cura, non è mai un gesto solitario ma un lavoro collettivo ancora tutto da fare!
Se ti va di leggere qualcosa che ha accompagnato la scrittura di questo articolo – e che può davvero cambiare il modo in cui guardiamo fragilità, disabilità, interdipendenza e giustizia – ti consiglio questi titoli:
Sunaura Taylor, Bestie da Soma. Disabilità e liberazione animale (Edizioni animali)
Dawn Prince-Hughes, Canti della Nazione Gorilla. Il mio viaggio attraverso l’autismo (Edizioni animali)
Judith Butler, Regimi di guerra. O della vita che non merita lutto (Castelvecchi)
5 commenti su “Fragilità, diritti e interdipendenza: cosa ci insegnano gli animali su disabilità e disabilitazione”
Tutti gli animali devono essere salvati vi seguo da moltissimo tempo e sono venuta con due mie amiche tempo fa vi Adoro tutti siete magnifici e speciali grazie ❤️
Ho letto con calma fino in fondo ed ho assimilato tutto il senso dell’articolo. Grazie per quello che fate. Un abbraccio
Piero O.
Articolo molto bello, parole scritte con competenza e “con passione” condivido assolutamente, Capra libera è un grande esempio di vita dignitosa per la specie umana
D’ACCORDISSIMO
Grazie Arianna, le tue riflessioni sono sempre illuminanti.
Insegnano a guardarsi intorno in un modo diverso.