Freedom #74
Nei giorni scorsi, nelle scuole di una provincia piemontese, è scoppiata una polemica che racconta molto più di quanto sembri.
Il “Diario Amico”, un progetto scolastico che raccoglie i racconti di ragazze e ragazzi, è finito nel mirino delle associazioni di allevatori.
Motivo: un racconto scritto da una studentessa di 12 anni, in cui una mucca racconta la propria vita e denuncia lo sfruttamento da parte degli umani.
Una storia che nasce come un’espressione spontanea di empatia, di quelle che solo uno sguardo bambino sa restituire con autenticità, ma sufficiente a far infuriare associazioni di categoria e lobby dell’allevamento.
Pensa che hanno chiesto al Ministero dell’Istruzione di ritirare e distruggere le 7.000 copie del diario già distribuite.
Dalle loro parole, si tratterebbe di una “diffamazione di categoria” e di “bullismo istituzionale contro i figli degli allevatori”.
Hanno accusato la scuola di “lavaggio del cervello”, di “indottrinamento vegano” e chiesto “provvedimenti disciplinari contro i dirigenti coinvolti”.
Tutto perché una mucca, disegnata da una bambina, osa dire:
“non voglio essere sfruttata”.
Questa vicenda non è un episodio isolato, ma il sintomo di qualcosa di più profondo: la paura di chi sa che il proprio modello economico non regge più, e tenta di difendersi colonizzando l’immaginario, a partire dalle scuole.
È lo stesso meccanismo con cui da anni assistiamo a campagne ministeriali come “Latte nelle scuole”, che presentano la promozione del consumo animale come “educazione alimentare”.
Di educazione c’è ben poco.
Quando la scuola apre le sue porte alle realtà produttive, lascia che l’interesse economico prenda il posto del pensiero critico.
Quello che si propone come formazione mascherata da educazione alimentare diventa così un addestramento precoce al consumo: un modo per abituare bambine e bambini a riconoscersi non come cittadini o pensatori, ma come futuri consumatori.
E così l’infanzia diventa un mercato da conquistare, non una coscienza da coltivare.
Ecco perché questa storia ci riguarda tutte e tutti, persone adulte e bambini.
Perché dimostra quanto sia fragile e, insieme, potente l’idea di un’educazione diversa: quella che non insegna a dominare, ma a comprendere.
Chi teme il pensiero critico non teme un disegno di una mucca, ma ciò che esso rappresenta: la possibilità che le nuove generazioni inizino a mettere in discussione il sistema che abbiamo costruito.
Nel nostro lavoro quotidiano con le scuole, a Capra Libera Tutti, lo vediamo ogni giorno.
Quando parliamo di libertà, di cura, di relazioni, non stiamo cercando di indottrinare nessuno, stiamo provando a restituire complessità.
A ricordare che dietro ogni prodotto c’è un corpo, un ambiente, una storia.
Che non esiste un “noi” contrapposto a “loro”, ma un sistema che possiamo imparare a osservare, decostruire e, insieme, trasformare.
Per questo, davanti a episodi come quello del Diario Amico, ci chiediamo spesso che impatto reale abbia il nostro lavoro.
E ogni volta che qualcuno reagisce con così tanta rabbia, capiamo che l’impatto c’è, eccome.
Significa che la narrazione sta cambiando, che le crepe si stanno aprendo.
Una delle paure più ricorrenti, tra i genitori allevatori, è che i propri figli possano essere bullizzati per il mestiere di famiglia.
Ma questa accusa è profondamente incoerente: un’educazione non violenta non può generare violenza.
I valori di un mondo senza sfruttamento includono la cura e il rispetto di tutte e tutti – anche di chi oggi vive ancora immerso in pratiche violente rese “normali”.
La vera distorsione avviene altrove, quando si portano i bambini in una fattoria o in un allevamento.
Lì si insegna loro a guardare la violenza come routine, la morte come mestiere, lo sfruttamento come tradizione.