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Come una mamma, o semplicemente come Niccolò?

Immagine di Arianna Fraccon

Arianna Fraccon

Niccolò, Elsa, Sultan e Anna stanno costruendo una piccola comunità. Osservarli significa entrare in un territorio del quale sappiamo ancora pochissimo: quello delle relazioni tra bovini liberi di scegliere con chi stare e chi diventare.

Ancora oggi ci affacciamo alla finestra della vecchia casa di Capra Libera Tutti, quella da cui tutto è cominciato.

Capra Libera Tutti è cresciuto, ha attraversato nuovi spazi e oggi si estende ben oltre ciò che si riesce a vedere da lì. Eppure quella casa continua a essere un cuore pulsante, una specie di quartier generale del team Animal Care: il luogo da cui ogni giorno partono le attività, le attenzioni e le routine necessarie a prendersi cura di tutti gli animali che abitano il santuario.

Oggi ci affacciamo e vediamo Niccolò avvicinarsi ad Anna. Comincia a leccarla nella parte alta del petto, appena sotto il collo, poi risale lentamente verso il muso, fino alle orecchie. Lei si sposta di qualche passo, ma Niccolò torna a colmare la distanza e ricomincia, questa volta dal naso, seguendo ancora il profilo della testa fino ad arrivare di nuovo alle orecchie.

A quel punto Anna solleva il muso e tende il collo verso l’alto, sempre di più, come per indicargli dove vuole che arrivi. Rimane a lungo in quella posizione, con il collo completamente disteso e il corpo proteso verso di lui, abbandonandosi a quel contatto. Quando Niccolò raggiunge le orecchie, Anna lascia andare il peso della testa e si appoggia al suo muso.

Poi si separano appena. Si annusano. Anna si allontana, torna ad avvicinarsi e lo annusa ancora. I loro corpi si cercano di nuovo, riducono la distanza, si toccano.

La prima cosa che ci viene da dire, guardando Niccolò e Anna, è che Niccolò si sta comportando come una mamma. 

Niccolò, però, non è la madre di Anna. È un toro adulto, non castrato, che non ha mai avuto figli e che, come lei, è stato separato dalla propria madre quando era ancora molto piccolo.

Eppure, da quando Anna è arrivata a Capra Libera Tutti, si prende cura di lei.

Una comunità nata un incontro alla volta

Questa piccola comunità non si è formata tutta insieme.

La prima ad arrivare è stata Elsa.

Aveva pochi giorni di vita, era rimasta senza madre ed era così denutrita che Massimo temeva non ce l’avrebbe fatta. Probabilmente è l’ultima sopravvissuta dei bovini tornati selvatici sui Monti Lucretili e poi colpiti da un’ordinanza di abbattimento.

Ricordo, poco dopo il suo arrivo, la prima volta in cui Massimo cercò di allattarla con il biberon. La teneva stretta sotto il braccio, sostenendole la testa verso l’alto per aiutarla a bere correttamente. Niccolò si mise accanto a lui, senza frapporsi tra Elsa e il latte: si avvicinò di lato e, con il proprio corpo e la grande testa, sembrò quasi cingerli entrambi, per guardare da vicino ciò che stava accadendo.

Massimo si voltava verso di lui e gli parlava sorridendo. Tra i due c’era una specie di complicità, come se Niccolò non fosse soltanto presente, ma stesse partecipando a quel momento nel modo che gli era possibile.

Dopo Elsa è arrivato Sultan. Poi, per ultima, Anna.

Anche lei era sopravvissuta a un’ordinanza di abbattimento, anche lei era arrivata senza la madre e in condizioni critiche. Era profondamente disidratata e bisognava stimolare immediatamente in lei il riflesso della suzione, quel gesto indispensabile attraverso il quale un mammifero appena nato cerca il latte e, con esso, la possibilità di sopravvivere.

Non sappiamo se Anna abbia mai potuto succhiare dalle mammelle della madre o per quanto tempo le sia stato concesso di farlo. Sappiamo che il suo corpo continua a cercare quel gesto.

Per questo, a volte, infila la testa sotto la pancia di Niccolò e prova a succhiare uno dei suoi capezzoli.

Niccolò non ha latte e potrebbe sottrarsi. Potrebbe spostarsi, allontanarla, impedirle di continuare. Invece rimane e le permette di farlo.

Nel frattempo, intorno ad Anna si è formata una rete di corpi quasi interamente maschili che si occupano di lei. Ci sono Massimo, Francesco, Andrea, Enea e Michele, che la nutrono, controllano la sua salute e la accompagnano nella crescita. E poi c’è Niccolò, che la lecca, la accoglie e le offre un contatto che nessun essere umano potrebbe sostituire.

Comportarsi come una mamma

Viene spontaneo dire che Niccolò si comporta come una mamma.

Guardandolo con Anna ed Elsa, riconosciamo una serie di gesti che siamo abituati a definire materni. Ma forse, nel momento stesso in cui scegliamo questa parola, stiamo già riconducendo ciò che vediamo a una categoria che conosciamo, invece di provare a comprendere la forma specifica attraverso la quale Niccolò mette in pratica la sua attitudine alla cura.

Se un maschio lecca, accompagna, rassicura e permette a una giovane bovina di cercare sotto la sua pancia il gesto della suzione, dobbiamo necessariamente dire che si sta comportando “come una femmina”? Oppure possiamo riconoscere che la cura non ha bisogno di cambiare nome a seconda del corpo che la esprime? 

Probabilmente definiamo materni alcuni comportamenti perché, nella nostra cultura, abbiamo imparato ad attribuire la cura prevalentemente alle madri. E forse continuiamo a usare quella stessa categoria anche quando osserviamo altre specie, sovrapponendo al loro comportamento l’ordine attraverso il quale abbiamo organizzato il nostro.

Ma Niccolò non è una madre mancata, né un maschio che imita una femmina. È Niccolò: un individuo con una propria storia, determinate inclinazioni e un modo particolare di costruire relazioni con chi gli sta intorno.

Per questo, prima ancora di chiederci quale parola usare, dovremmo forse domandarci se siamo capaci di descrivere ciò che accade senza ridurlo immediatamente a qualcosa che conosciamo già.

Anche perché ciò che fa Niccolò, in realtà, non corrisponde fino in fondo a niente che conosciamo già.

Che cosa sappiamo delle cure alloparentali nei bovini?

In etologia si parla di cure alloparentali quando un individuo si prende cura della prole di altri. Questo può accadere anche tra specie diverse: a Capra Libera Tutti lo abbiamo osservato più volte. 

Vi ricordate Cristoforo Colombo? È un gallo, ma a covare l’uovo da cui è nato è stato un piccione!

Nei bovini è stato studiato soprattutto un comportamento chiamato allosuckling, ossia quando un vitello beve il latte da una mucca diversa dalla propria madre.

È accaduto anche qui, quando Carolina ha fatto da balia a Ferdinando.

Ferdinando era arrivato a Capra Libera Tutti molto piccolo, dopo essere stato separato dalla madre nell’allevamento in cui si trovava. Era malato a causa dell’alimentazione che aveva ricevuto e per circa sette mesi siamo stati noi ad allattarlo, guardandolo tornare in forze giorno dopo giorno.

Carolina proveniva da un altro allevamento, dove veniva usata come balia per i vitelli destinati al macello. Le portavano via i suoi figli e, uno dopo l’altro, anche tutti i vitelli che le venivano affidati. Per quel sistema era considerata troppo lenta, incapace di stare al passo con i ritmi richiesti – come se avesse mai firmato un contratto di lavoro! –  Proprio per questo sarebbe stata “scartata” e mandata al macello, ma le porte del santuario si sono aperte per accoglierla.

Quando Carolina e Ferdinando si sono incontrati, lei ha cominciato ad allattarlo. Da allora hanno costruito un legame fortissimo: Carolina ha accolto un figlio che non aveva partorito e Ferdinando ha trovato in lei quel contatto che gli era stato sottratto troppo presto.

Quello che accade tra Anna e Niccolò è però diverso. Niccolò non può nutrirla e quindi non possiamo parlare propriamente di allosuzione. Possiamo osservare che Anna cerca un capezzolo, compie una suzione non nutritiva e che lui tollera o addirittura agevola quel contatto. Possiamo aggiungere che la relazione comprende vicinanza, leccamento, accompagnamento e una ricerca reciproca dei corpi.

Ma che significato assumono questi gesti per loro?

Abbiamo cercato nella letteratura scientifica un caso paragonabile a quello di un toro adulto non castrato che si prende cura con continuità di due giovani bovine rimaste senza madre. Non lo abbiamo trovato.

Questo non significa che Niccolò sia il primo toro al mondo a farlo. Significa che, oggi, non abbiamo abbastanza informazioni per stabilire quanto questo comportamento sia raro, da dove nasca e quali funzioni svolga all’interno del gruppo.

E, indovina perché?

Perché sappiamo così poco

I bovini sono tra gli animali più presenti nell’immaginario umano e, allo stesso tempo, tra quelli che abbiamo avuto meno occasioni di conoscere al di fuori della funzione assegnata loro.

Esistono moltissime ricerche sui bovini e sui loro comportamenti, ma la maggior parte viene condotta all’interno di allevamenti o di strutture sperimentali. Le domande dalle quali partono sono inevitabilmente influenzate da quei contesti: come alimentarli, gestirli e riprodurli; come aumentare la produzione; come ridurre lo stress provocato da determinate pratiche; come organizzare gli spazi o la composizione dei gruppi.

Seppure questi studi siano stati condotti all’interno di un sistema finalizzato allo sfruttamento degli animali, hanno contribuito anche a rendere visibili le loro esigenze, le loro capacità cognitive e, per contrapposizione, la sofferenza provocata dai contesti nei quali sono confinati.

Il contesto produttivo, però, condiziona con efferata spietatezza quali comportamenti possono emergere, quali relazioni possono svilupparsi e quali domande vengono considerate “utili”.

Le relazioni esistono anche negli allevamenti. Semplicemente, molto spesso non abbiamo la possibilità di osservarle nel tempo e nelle condizioni necessarie perché possano svilupparsi liberamente. I gruppi vengono formati, separati e riorganizzati sulla base delle necessità produttive; madri e figli possono essere divisi poco dopo la nascita; gli individui scompaiono prima che sia possibile seguirne un’intera biografia.

A Capra Libera Tutti il punto di partenza è completamente diverso. Gli animali non devono produrre e le loro relazioni non vengono organizzate in funzione di un risultato economico. Nel perimetro delle attenzioni necessarie alla loro salute e alla convivenza, possono scegliere con chi stare, da chi allontanarsi, quali legami costruire e come modificarli nel tempo.

È anche per questo che ci troviamo spesso davanti a relazioni che non avevamo previsto: tra individui della stessa specie, tra specie diverse, tra animali umani e non umani.

Gli studi sui bovini ferali, semi-selvatici o liberi di organizzare autonomamente una parte più ampia della propria vita sono invece molto più rari. Eppure, proprio queste ricerche stanno cominciando a mostrare quanto siano articolate le loro società.

Uno studio pubblicato nel 2024 ha osservato un gruppo misto di bovini ferali che vive a Hong Kong, formato da maschi e femmine adulti, concentrandosi sull’allogrooming: il comportamento attraverso il quale un individuo lecca il corpo di un altro. La ricerca ha mostrato che il grooming non viene distribuito casualmente. Gli individui scelgono verso chi dirigerlo, e queste preferenze cambiano anche in relazione al sesso e alla posizione occupata nel gruppo. I maschi partecipano attivamente a questi scambi, orientando più spesso il grooming verso le femmine, mentre le femmine lo distribuiscono tra individui di entrambi i sessi.

Una ricerca successiva ha poi osservato che i bovini prestano attenzione anche alle relazioni alle quali non partecipano direttamente. Possono avvicinarsi e intervenire mentre altri due individui si stanno leccando, e la probabilità che lo facciano sembra dipendere dai legami che hanno con chi sta dando o ricevendo il grooming.

Questo significa che un bovino non ricorda semplicemente chi preferisce o chi evita. Per muoversi all’interno del gruppo presta attenzione anche alle interazioni che non lo coinvolgono direttamente.

Non si tratta, quindi, soltanto di una somma di relazioni a due. Esiste una rete all’interno della quale ogni nuovo legame può modificare anche gli altri.

Quanto di questa complessità non abbiamo mai immaginato o visto perché non abbiamo mai lasciato agli animali abbastanza tempo, spazio e libertà per mostrarcela?

Un laboratorio di possibilità

Le nostre osservazioni non sono studi scientifici e non pretendono di diventare regole valide per tutti i bovini. Il nostro lavoro, qui, è un altro: osservare ciò che accade, quando gli animali possono disporre del proprio tempo, dello spazio e delle proprie relazioni, e provare a raccontarlo.

Ma sogniamo che un giorno anche persone che si occupano di zoologia, etologia, vengano ad intraprendere osservazioni e ricerche sugli animali liberi, così come già iniziano ad arrivare veterinarie e veterinari che vogliono imparare a curarli. Perché significherebbe che la società ha cominciato a considerare le loro esistenze degne di essere conosciute: non per ciò che possono produrre, ma per le vite che vivono.

In questo senso, Capra Libera Tutti è un laboratorio di possibilità.

Un luogo nel quale si creano condizioni ancora eccezionali al di fuori del sistema di sfruttamento e nel quale possiamo osservare che cosa accade quando gli animali hanno la possibilità di costruire liberamente relazioni con individui della propria specie, con animali di specie diverse, con esseri umani e con il territorio che abitano.

Ciò che vediamo non dimostra una regola. Molto spesso produce l’effetto opposto: mette in crisi quelle che pensavamo di conoscere e apre domande nuove.

Abbiamo inoltre qualcosa che in molti altri contesti manca: il tempo.

Possiamo osservare lo stesso individuo per anni. Possiamo vederlo incontrare qualcuno, costruire una relazione, cambiarla, perderla o trasformarla. Possiamo conoscere le sue preferenze, accorgerci che alcuni comportamenti si ripetono e che altri emergono soltanto con determinate persone o in particolari momenti della vita.

Soprattutto, possiamo osservare senza che questa conoscenza debba essere immediatamente utile a ottenere qualcosa dagli animali.

Non dobbiamo scoprire come rendere Niccolò più produttivo, più facile da gestire o più adatto a uno scopo. Possiamo volerlo conoscere semplicemente perché la sua vita merita di essere conosciuta.

Le informazioni che raccogliamo ci servono prima di tutto a prenderci cura di lui, rispettando le sue esigenze e le sue scelte, e a imparare come prenderci cura degli animali e favorire il loro processo di autodeterminazione all’interno di un contesto di libertà. Ma servono anche a raccontarlo, a restituirgli una biografia, a fare in modo che non esista nel discorso pubblico soltanto come “un bovino”, “un toro” o “un animale con disabilità”.

Raccontare una biografia animale significa seguire ciò che una vita diventa nel tempo, senza conoscere già la conclusione e senza costringerla a dimostrare una tesi.

Per questo le domande che nascono osservando Niccolò – e che ancora non trovano risposta – non rappresentano una conoscenza incompleta. Sono forse la forma più onesta di conoscenza che possiamo costruire: una conoscenza che nasce dall’ascolto, dall’osservazione e dal tentativo di avvicinarsi anche a linguaggi diversi dal nostro.

Come nasce una cultura?

Elsa, Sultan e Anna sono arrivati uno dopo l’altro. Non hanno semplicemente occupato lo stesso spazio: hanno incontrato individui che erano già lì e sono entrati dentro una storia cominciata prima di loro.

Oggi formano, insieme a Niccolò, una piccola comunità.

Sultan osserva ciò che accade e, a volte, ripete alcuni dei comportamenti di Niccolò. Non sappiamo stabilire con certezza che cosa stia imparando da lui né attraverso quale processo. Ma gli animali si osservano continuamente e modificano il proprio comportamento anche in relazione a ciò che vedono fare agli altri.

Quando parliamo di cultura animale, parliamo proprio della possibilità che conoscenze, abitudini e modi di agire non appartengano soltanto a un individuo, ma prendano forma e continuino a circolare all’interno di un gruppo.

Una cultura non nasce soltanto quando un comportamento passa intatto da un individuo a un altro. È anche il risultato di ciò che si deposita nel tempo nelle relazioni: risposte, modi di avvicinarsi, distanze consentite, esperienze condivise e possibilità che ciascuno scopre vivendo accanto agli altri.

Una mandria non è semplicemente un insieme di bovini collocati nello stesso luogo. È anche il risultato di tutto ciò che i suoi componenti hanno vissuto e imparato gli uni accanto agli altri.

Anna ed Elsa cresceranno dentro la comunità che Niccolò sta contribuendo a costruire. Sultan crescerà osservando le relazioni che si formano intorno a lui. E un giorno ciascuno porterà nella mandria più grande il risultato di questo processo, contribuendo a sua volta a trasformarla.

Che cosa resterà in Anna del modo in cui Niccolò si prende cura di lei?

Il modo in cui è stata accolta influenzerà quello con cui accoglierà qualcun altro?

Quali gesti continueranno a circolare nel gruppo anche attraverso altri individui?

Osservando questa piccola comunità, vediamo prendere forma una cultura che non abbiamo insegnato né orientato: nasce dalle relazioni, dalle scelte di ciascuno e dal modo in cui condividono lo spazio. 

Non ha bisogno di assomigliare alla nostra per esistere. 

Il nostro compito, semmai, è riconoscere l’agentività degli animali senza riempirla delle nostre proiezioni: senza antropomorfizzarli o trasformarli in personaggi Disney, ma rispettandoli per ciò che sono – individui capaci di agire, scegliere e contribuire alla società in cui vivono e soddisfare i propri bisogni. 

Dove finisce la natura e dove comincia la cultura?

Una lunga tradizione del pensiero occidentale ci ha abituati a collocare natura e cultura su due versanti opposti: da una parte ciò che sarebbe innato e biologico, dall’altra ciò che viene appreso, costruito e trasformato attraverso le relazioni.

L’antropologia, però, ha mostrato che questa opposizione non è universale e che non tutte le società dividono il mondo in questo modo. Ciò non significa che natura e cultura siano la stessa cosa, ma che non esistono come due mondi autonomi e impermeabili.

La vita di un individuo, infatti, non si lascia dividere così facilmente.

Niccolò porta con sé un corpo, una storia e delle inclinazioni che gli appartengono. Allo stesso tempo, è diventato ciò che è anche attraverso gli incontri che ha avuto: la relazione con Pirippi, quella con Ferdinando, l’arrivo di Elsa, poi di Sultan e infine di Anna.

La stessa cosa sta già accadendo anche a loro. Elsa, Sultan e Anna cresceranno dentro questa rete di relazioni e porteranno nella mandria ciò che avranno appreso, contribuendo a trasformarla a loro volta.

Osservando questi processi, il confine tra natura e cultura diventa meno netto. Ciò che siamo abituati a chiamare “naturale” è davvero sempre un ordine fisso oppure, qualche volta, è soltanto ciò che abbiamo visto più spesso? Quando attribuiamo la cura alle femmine e la protezione ai maschi, stiamo descrivendo la natura o il modo in cui abbiamo imparato a leggerla?

La natura viene spesso invocata come garanzia di un ordine puro e immutabile, come se ciò che è naturale fosse automaticamente anche giusto. Ma la natura non è un codice morale. E spesso presentiamo come naturale un ordine che è invece culturale, per farlo apparire inevitabile.

La natura non è immobile: cambia, si trasforma, produce differenze. E gli individui che ne fanno parte non sono soltanto l’espressione di ciò che hanno ereditato: apprendono, scelgono e si influenzano. È nello spazio tra ciò che ciascuno porta con sé e ciò che costruisce insieme agli altri che può nascere una cultura.

Niccolò non deve dimostrare una teoria sulle società umane. La sua vita non esiste per offrirci una metafora o confermare ciò che pensiamo già. Ma i suoi comportamenti, proprio perché non coincidono con le categorie attraverso cui siamo abituati a leggerli, ci mostrano quanto quelle categorie siano rigide e insufficienti.

La finestra è ancora aperta

Sono passati dieci anni da quando Massimo, da solo e con un telefono in mano, ha cominciato a mostrarci ciò che vedeva da quella finestra mentre un allevamento si trasformava in un santuario.

Da lì abbiamo conosciuto animali ai quali, fino ad allora, era stata riconosciuta quasi soltanto una funzione. Abbiamo cominciato a seguirne le vite, a dare loro un nome, a riconoscere caratteri e preferenze e ad accorgerci che nessuna biografia rimane ferma alla prima definizione che le abbiamo assegnato.

Pensavamo di conoscere Niccolò perché conoscevamo la sua storia, la sua disabilità e le relazioni che aveva già costruito.

Poi sono arrivati Elsa, Sultan e Anna.

E Niccolò ci ha mostrato ancora un’altra parte di sé.

Oggi, da quella stessa finestra, continuiamo a osservare Anna che solleva la testa, tende tutto il collo e si affida al contatto di Niccolò; lui che segue il suo movimento, lei che si appoggia al suo muso e i loro corpi che, dopo essersi separati, tornano a cercarsi.

Non sappiamo ancora come chiamare ciò che vediamo.

Non sappiamo se Niccolò riconosca la vulnerabilità delle più piccole, che cosa Anna trovi esattamente in quel contatto o quanto questa relazione contribuirà a formare l’individuo che diventerà.

Ma forse raccontare gli altri animali significa anche questo: non riempire immediatamente ogni silenzio con una risposta, ma rimanere abbastanza a lungo perché possano nascere nuove domande.

La finestra, dopo dieci anni, è ancora aperta.

E quello che vediamo continua a sorprenderci.

Questa storia merita di essere conosciuta? Condividila!

18 commenti su “Come una mamma, o semplicemente come Niccolò?”

  1. non saprei come definire e quindi commentare e approfondire ciò che ho letto.So però che ciò che hai raccontato.So che mi ha emozionato moltissimo.

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  2. come se stessimo vedendo i bovini per la prima volta perché per tutto il tempo in cui sono stati allevati dall’uomo, sono stato snaturati ed è stato appiccicato loro addosso un modello che faceva comodo all’allevatore, all’uomo in generale. avete dovuto cercare una ricerca australiana (se non ricordo male) perché in tutto il resto del.mondo nessuno ha osservato un toro o una vitellina nella loro spontaneità!

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  3. ciao Arianna , cio che hai visto e raccontato di Niccolò e del suo gruppo, ci insegna a osservare senza pregiudizio.
    E’ bellissimo poter vedere l’evoluzione dei rapporti che si creano in una comunità seppur piccola.
    Vediamo come andranno avanti, lunga vita a Niccolò, Elsa , Anna e Sultan.
    un abbraccio a tutti voi.
    Cristina

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  4. Grazie per questo nuovo meraviglioso articolo. Porta a riflettere.
    Il mio punto di vista e’ che il divario fra natura e cultura e’ proporzionato alla presenza di “disvalori” non dettati dalla sopravvivenza, come succede, tipicamente, nelle societa’ occidentali. Se ad esempio, il consumo e’ ritenuto il motore dell’economica di un paese (seppur a discapito di un altro), tale consumo diventera’ eccessivo per poter sostenere (falsamente) l’economia di quel paese e tutti quanti avvalleranno tale approccio. Questo tipo di “disvalori” non e’ presente nel mondo non umano; l’ apprendimento dei componenti di una mandria o di un branco sara’ orientato da scelte volte a proteggere in modo incondizionato il contesto al quale loro appartengono, contesto che va al di la’ della loro specie. Il contesto di Capra Libera Tutti secondo me e’ il palcoscenico ideale dove far sviluppare ed evolvere questo tipo di comportamenti ed interazioni. L’assenza di paura, di minacce, di controllo, di oppressione, e la presenza di amore e liberta’ formano un terreno fertile per nutrire un apprendimento degli animali che abitano questo contesto, incluso gli uomini. E’ un apprendimento “virtuoso” perche’ non e’ fondato su disvalori. Penso che nel processo di apprendimento si sviluppi anche l’importanza di tutelare il contesto ed evitarne la distruzione.
    Anna Maria

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  5. Grazie ai vostri occhi occhi che osservano e raccontano, alle vostre orecchie e anime che ascoltano e raccontano, grazie alle vostre mani che fanno, svolgono, accolgono, sfamano, accompagnano, curano, accarezzano, bagnano, asciugano, strofinano, puliscono, raccolgono e raccontano. Dai Vostri racconti anche da lontano con gratitudine posso immaginare e un po’ respirare quello che respirate, e un po’ vedere quello che vedete, sentire quello che sentite.
    Commuovermi e meditare sul senso della Vita animale e umana.
    Colgo in Nicolò una Anima riconoscente di vita e di amore che essendone portatore non può che non riversarla con il suo Essere intorno a sé.
    Vi si vuole un grande bene a Tutti.

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  6. Grazie per le storie degli animali del santuario che raccontate, che ci permettono di affacciarci alle meravigliose dinamiche e relazioni di un mondo animale perlopiù sconosciuto, proprio perché, per ragioni economiche e politiche, del tutto mistificato, taciuto o ignorato. Grazie anche per il lavoro che fate nelle scuole, perché è soprattutto partendo dai bambini che può formarsi una maggiore consapevolezza e sensibilità verso gli animali e la natura, capace di portare nel tempo un vero cambiamento, di cui oggi ci sarebbe tanto bisogno… È sempre un piacere leggervi.
    Un caro saluto

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  7. E’ una storia meravigliosa..! Forse Niccolo’ sta restituendo tutto l’amore che ha ricevuto; ed e’ giusto, secondo me, quando si parla di “cultura” nel gruppo dei bovini, capire che ci sono comportamenti che evolvono a seconda di quello che loro osservano, vivono, ecc; comportamenti che sono “di piu'” rispetto a quanto si osserva, semplicemente, “in natura”. Buon lavoro; continuate cosi’!

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  8. sempre di più verso una consapevolezza dalla quale nessuno può sottrarsi più. Capra libera tutti …diventa un punto di ritrovo importante, una finestra sul mondo animale che deve dare quella certezza che ogni animale al quale sottraiamo la vita…..avrebbe diritto a viverla, per sensibilità e intelligenza. io voglio pensare a Niccolò come ad un babbo….un tutore, qualcuno che ha esperienza e la dona…attraverso gesti e rituali ….predefiniti primordiali che negli animali da allevamento vengono violati da rigidi schemi di profitto. In questa riflessione percepisco il grandissimo dolore che ogni giorno viene infereto a milioni di animali in tutto il mondo e nel mio essere empatica lo faccio mio….

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  9. Complimenti: ho letto parole sagge e meravigliose!
    Studio etologia da anni e l’ osservazione, se condotta con pazienza, ascolto, curiosità, intelligenza, competenza, empatia, umiltà, etc… resta il principale strumento di conoscenza.
    Grazie per ciò che fate
    Caterina

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  10. Articolo davvero molto interessante che apre le porte a un mondo nuovo tutto da scoprire
    Purtroppo permettendo a questi animali di vivere solo per poco tempo costretti in allevamenti non gli si permette di esprimere la loro vera natura e inclinazioni
    Costretti in quelle realtà non possono…
    Avete suscitato in me la riflessione che probabilmente quello che crediamo di sapere degli animali classificati come “da reddito” è la minima parte e probabilmente la meno rilevante
    Grazie per aver descritto così accuratamente questi comportamenti a cui avete assistito, mi ha davvero emozionato e fatto pensare a tutto il mondo che c’è dietro
    Niccolò arriva dove noi anche con tutto l’impegno non potremmo mai

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  11. Vi ho sempre ammirato e seguito. Amo quello che fate e a volte vi invidio anche un bel po’, ma sempre nel senso buono della parola. Trovo che la vostra sia una missione splendida. Articolo emozionante e che apre a mille domande. Grazie ragazzi!

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  12. L’ umanità che dimostrano gli animali e commovente.A differenza degli ” umani ” lo fanno senza aspettarsi di ricevere e la storia di Nicolò lo insegna. Grazie a voi sto riscoprendo che la natura ha aspetti veramente spirituali. Sono cresciuta in campagna a casa dei nonni e ho avuto la fortuna di avere avuto contatti con questi meravigliosi animali, tutti , anche quelli da cortile, per questo motivo sono vegetariana. Vi abbraccio tutti.

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