Cosa cambierebbe davvero con il divieto di macellazione dei cavalli in Italia?
Carmen e Frida sono due sorelle.
E non nel senso romantico in cui lo diciamo per metafora.
Sono nate dalla stessa madre.
Ma non si sarebbero mai conosciute.
Perché la loro madre era una fattrice in un allevamento di cavalli da carne.
Il suo compito non era crescere figli. Era produrre corpi.
Essere ingravidata. Ancora. Ancora. Ancora.
Negli allevamenti la parola chiave non è certo cura. È ciclo.
Ogni gravidanza non è una scelta: è una funzione.
Ogni nascita non è un inizio: è una previsione di macellazione.
Carmen è arrivata da noi nel 2021, accolta dalla gioia incontenibile di Santiago che per lungo tempo era stato l’unico esemplare della propria specie.
Frida è arrivata invece qualche anno dopo dopo.
Nel mezzo un tempo lungo, fatto di telefonate, incastri, attese, e di quel fattore speciale che spesso salva una vita: una complice umana che decide di non voltarsi dall’altra parte.
La cosa più potente di questa storia non è solo che oggi vivono al sicuro.
È che si sono incontrate.
Si sfiorano. Si cercano. Si rincorrono.
Si riconoscono ogni giorno.
In un sistema progettato per distruggere qualsiasi legame, frammentare e rendere intercambiabili i corpi, due sorelle che giocano insieme quando non avrebbero mai dovuto incontrarsi sono già una crepa.
Ed è da questa crepa che vogliamo partire.
Perché in questi giorni si parla di vietare la macellazione dei cavalli
In Italia è arrivata in discussione una proposta di legge – insieme ad altri testi simili – che punta a vietare la macellazione degli equidi e a riconoscerli come animali d’affezione. Parliamo non solo di cavalli, ma anche di asini, muli e bardotti (e in alcune formulazioni anche pony e ibridi).
In sintesi, l’impianto prevede:
- stop alla macellazione e al commercio a fini alimentari;
- attribuzione automatica dello status “Non DPA” a tutti gli equidi;
- obblighi di registrazione e identificazione;
- sanzioni penali e amministrative;
- misure di accompagnamento economico per la transizione del settore.
Il testo nasce da anni di discussioni e tentativi mai arrivati fino in fondo.
Mai prima d’ora un simile provvedimento aveva raggiunto questa fase del dibattito parlamentare.
Ed è per questo che oggi il tema è ovunque.
DPA / Non DPA: le tre lettere che decidono un destino
Oggi un cavallo può essere classificato come:
- DPA – Destinato alla Produzione di Alimenti (quindi macellabile)
- Non DPA – Non destinato alla produzione alimentare
La proposta di legge prevede invece che tutti gli equidi vengano automaticamente indicati come Non DPA.
La proposta di legge prevede che tutti gli equidi vengano automaticamente classificati come Non DPA — cioè Non Destinati alla Produzione di Alimenti.
Significa che nessun cavallo potrebbe più essere legalmente macellato per il consumo umano.
È una modifica amministrativa. Ma sposta un’intera specie fuori dalla categoria “animale da reddito”.
Ed è proprio qui che la crepa diventa visibile.
Perché proprio i cavalli?
Secondo un’indagine commissionata da Animal Equality e realizzata da Ipsos su un campione rappresentativo della popolazione italiana, l’83% delle persone intervistate dichiara di non consumare carne di cavallo, spesso per motivi etici o affettivi.
Il cavallo è percepito come compagno di vita con cui si costruiscono relazioni, proprio come un cane e un gatto. (Si insomma, ai cani e ai gatti abbiamo imparato a stare accanto e non sopra, ma di questo ne parliamo magari in un altro articolo. )
John Berger, in Perché guardiamo gli animali?, scriveva che gli animali un tempo stavano al centro del nostro mondo simbolico, e che la modernità li ha spinti ai margini, trasformandoli in spettacolo o in produzione.
Il cavallo, forse più di altri animali da allevamento, è rimasto sospeso tra questi due poli: simbolo romantico da una parte, corpo sfruttabile dall’altra.
Marc Bekoff, etologo, ricorda che le emozioni animali non sono proiezioni nostre: sono dati etologici. I cavalli formano legami sociali complessi e costruiscono alleanze, in modo unico ma analogo a tutte le altre specie animali che abbiamo imparato a conoscere al Capra Libera Tutti.
E allora la domanda si fa inevitabile:
Perché i cavalli sì, e gli altri animali no?
Il cavallo non soffre più di una mucca. Non è più senziente di un maiale. Occupa solo un posto diverso nella nostra gerarchia culturale.
E questo è il punto.
Questa proposta di legge mette a nudo la dissonanza cognitiva dello specismo.
Se riconosciamo che un cavallo non è “carne”, possiamo davvero continuare a fingere che lo siano gli altri?
La questione del lavoro: davvero non ci sono alternative?
Non tutta l’opinione pubblica né tutte le cariche istituzionali guardano a questa proposta con favore.
C’è chi da copione brandisce la parola “tradizione” come un argomento definitivo, come se bastasse pronunciarla per fermare ogni discussione.
C’è chi evoca l’identità dei territori, dimenticando che le identità si trasformano da sempre, e proprio per questo sopravvivono.
C’è chi esprime preoccupazione per le economie locali.
In queste settimane stiamo vedendo molte interviste a persone che lavorano nella filiera della carne equina.
Il messaggio implicito è sempre lo stesso: “E adesso noi cosa facciamo?”
È una domanda legittima, ma va affrontata in modo onesto.
Un cambiamento di questo tipo non è solo culturale. È sistemico. Riguarda filiere, investimenti, territori.
Le transizioni funzionano solo se sono accompagnate. Non basta vietare: bisogna pianificare.
Se la legge parla di misure di riconversione, allora la domanda vera è: verso cosa?
Una riconversione che sposti semplicemente lo sfruttamento su un’altra specie non sarebbe una trasformazione. Sarebbe un’illusione contabile.
La storia delle grandi trasformazioni economiche insegna che i cambiamenti etici e produttivi riescono quando lo Stato guida la transizione: investendo, sostenendo, formando, creando alternative reali. Non è un ricatto tra lavoro e diritti.
È una scelta politica su che tipo di economia vogliamo costruire.
Cosa cambierebbe davvero per cavalli come Carmen e Frida?
Se questa legge passasse, nessun cavallo potrebbe essere legalmente destinato al consumo umano.
È un passo avanti? Sì.
È sufficiente? No.
Perché il punto non è solo la macellazione.
È l’idea che un corpo animale possa essere classificato in base alla sua utilità.
Vietare la macellazione dei cavalli incrina quel sistema. Non lo abbatte.
Ma ogni crepa conta.
Una crepa nello specismo
Carmen e Frida non sono solo un’eccezione romantica.
Sono la prova che i sistemi possono essere interrotti.
Non sono state salvate da una legge. Sono state salvate da una scelta.
Ma le scelte, da sole, non bastano.
Perché se vogliamo che una crepa non si richiuda, servono le leggi.
Non è mai troppo tardi per incrinare un principio.
Tutto comincia quando smettiamo di accettare che un corpo possa essere ridotto a funzione.
E quando un principio si incrina, qualcosa cambia. Anche se non tutto. Anche se non subito.
Le crepe aprono possibilità: come due sorelle che vivono insieme libere, quando non avrebbero mai dovuto potersi incontrare.
Quella di Carmen e Frida non è solo una storia a lieto fine: è la prova che ogni volta che una relazione sopravvive alla filiera, il sistema vacilla e non è più inespugnabile.
E ogni crepa conta.
5 commenti su “Carmen e Frida: due sorelle che non avrebbero mai dovuto incontrarsi”
Sono pienamente d accordo sul fatto che la carne di cavallo come per altri tipi di carne andrebbe abolita dalle tavole.Sono per l alimentazione vegetariana,anzi quasi vegana.Vivo in una citta Parma che è piena zeppa di negozi di carne equina,una città patria di insaccati,culatelli,salami prosciutti,schifezze varie .IL mio motto è ELIMINAZIONE TOTALE DALLE TAVOLE DI CARNE PESCE INSACCATI.
CONTINUATE COSI .SIETE DAVVERO FANTASTICI.VIVA SEMPRE IL MONDO ANIMALE
“E’ un passo avanti? Sì.
E’ sufficiente? No”
“Ma ogni crepa conta”
Grazie Arianna, come sempre
Grazie a nome di tutti questi esseri viventi che hanno avuto la sfortuna di incontrare noi “umani”. Grazie a voi.
bellissimo articolo
grazie
Felice di questa legge e spero vada in porto ma hai colto il punto; lo specismo, perché una specie si può mangiare e un’altra no? Abbiamo bisogno di una rivoluzione, questo sistema così com’è non funziona, è vile, è folle, è disumano. Il nostro paese ha bisogno di persone competenti nei posti chiave, bisogna avere una visione chiara del futuro e avere il coraggio di fare tutto quello che serve per far sì che una visione, un’utopia diventi realtà.